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Bruno Cerella: “Indosso il numero 7 in onore di Matteo”

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di Leonardo Cecconi

Al mio primo incontro con lui, gara 3 dei play off, ho chiesto se sarebbe stato disponibile a fare una breve intervista per l’associazione. La sua risposta è stata. “Hei, sai perchè gioco con il numero 7?”. Questo dice tutto dell’amicizia e del ricordo che lega Bruno Cerella a Matteo Bertolazzi.
Il giocatore più ambito e amato dal pubblico femminile, è stato anche decisivo in gara 5 contro Pistoia, con la sua difesa intensa, ma anche alcune bombe importanti che hanno indirizzato la gara.
Nonostante sia in procinto di giocare una finale scudetto, Cerella è stato gentilissimo a concederci questa breve intervista in ricordo di Teo.

Il primo incontro con Matteo?
Abbiamo giocato insieme a Casalpusterlengo e lui legava molto con gli argentini come Mario Ghersetti, anzi io l’ho conosciuto tramite lui. A pelle siamo andati immediatamente d’accordo e siamo diventati amici.
L’ultimo bel ricordo invece sono state le vacanze in Sicilia, poi lui andò a giocare ad Omegna ed io Varese. Abbiamo fatto le immersioni a Milazzo, poi in barca alle Eolie; insomma, davvero bei momenti.

Hai un aneddoto o un ricordo particolare?
Il vostro amico Pappalardo ci ha raccontato di un lancio col paracadute, organizzato proprio da te.
Beh, Papu (Marco Pappalardo, ndr) ha quella follia dentro che ci piaceva molto e ci accomunava. Fu un’esperienza bella, divertente ed emozionante. Con Teo avevamo una lista di cose estreme, che spuntavamo con una X, come le immersioni nel Mar Rosso. Avevamo un sogno, che era quello di diventare istruttori e magari aprire una scuola sub in Indonesia o Micronesia; era qualcosa che legava molto il nostro post carriera. Teo è sempre stato positivissimo, anche nel momento peggiore ed aveva una forza interiore eccezionale. Aveva affrontato la sua malattia nel modo giusto.

Cosa ti porti dietro di Matteo.
Prima che scomparisse, lo chiamai e gli dissi che avrei preso il numero 7 in suo onore e lui ne fu contentissimo. Una cosa che ho sempre sul mio cellulare è la canzone di una cantante argentina che si chiama Rossana; quando eravamo a Casalpusterlengo, nei giorni di sole, andavamo a giro con la sua macchina decappotabile e la sentivamo. Ogni momento ce l’ho in mente e la ascolto prima di ogni partita. Sembra folle, ma quando tiro un libero mi viene lui in mente ed è una cosa automatica, che mi fa piacere e non mi disturba affatto. Sono sempre sul pezzo nella gara, ma quando tiro un libero mi viene in mente Teo.
Io ho un progetto di pallacanestro in Kenya, dal nome Slums Dunk, a cui lui era molto legato; mi diceva sempre che, appena sarebbe tornato in forma, sarebbe venuto in Africa con noi. Stiamo costruendo un camp e si chiamerà proprio Teo Bertolazzi; lui è stato un nostro sostenitore di questa cosa che curo con Michele Carrea e Tommaso Marino.

Di cosa si tratta esattamente. La costruzione di un campo da basket?

Non solo costruzione di un campo; noi vorremmo fondare una basketball academy, preparando gli allenatori e fare una cosa stile italiano, con delle categorie e dei bambini che vengono regolarmente a giocare, dando possibilità a 15 scuole di partecipare al progetto. In questa baraccopoli vivono 150.0000 abitanti dove i bambini non fanno sport, quindi vogliamo coinvolgere circa 300 ragazzi e 10 allenatori del posto che formeremo ed a cui daremo lavoro, ma anche strumenti e attività sportiva.

Ps: invitiamo tutti a dare un’occhiata su Facebook al progetto Slums Dunk, storpiatura della parola schiacciata.