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Marco Pappalardo: “Matteo è stato il mio campionato vinto, nella vita”

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di Leonardo Cecconi

E’ forse il miglior amico di Matteo Bertolazzi e lo è stato fino alla sua scomparsa, tralasciando la sua carriera, pur di stargli vicino anche negli ultimi giorni di vita. Marco Pappalardo è quello che può definirsi l’amico della vita, il fratello di Teo, uno di quelli che lo hanno veramente conosciuto sotto ogni punto di vista. Marco attualmente gioca a basket in serie D, a Massalombarda, ma da un paio di anni allena anche una squadra del settore giovanile della Virtus.

“Matteo, dentro la mia testa, è sempre l’unità di misura per far crescere i ragazzi; persone serene come lui, fanno bene a questo mondo. Purtroppo, sarà strano, ma i migliori vanno sempre via”.

La loro amicizia è iniziata molti anni fa, quando Teo entrò come un ciclone nella vita di Marco; erano gli anni delle giovanili nella Fortitudo Bologna, quando Pappalardo era convinto di essere un buon giocatore e, vedendo giocare Teo, ebbe dei ripensamenti su quella che sarebbe stata la propria carriera.pappa2

“Prima di incontrarlo personalmente, conoscevo Matteo solo cestisticamente, avendolo incontrato un paio di volte come avversario, partite nelle quali ci aveva segnato circa 100 punti! Al tempo, le giovanili della Virtus Bologna, erano fra le migliori in Italia e veder arrivare un giocatore cosi forte nel mio ruolo, non mi fece molto piacere. Fin dall’inizio però abbiamo avuto grandi punti in comune al di fuori del campo e, quando era a Bologna, la mia famiglia si è sostituita un pò alla sua, a causa della sua lontananza da casa; senza rendercene conto, alla fine della nostra esperienza giovanile che è durata circa 4 anni, la nostra amicizia ha assunto un legame fortissimo. Mancavano molte tecnologie di oggi e stare in contatto non era facile, ma soprattutto in estate andavamo in Sicilia, esattamente a Milazzo, da Alessio, altro grande amico. Siamo divenuti quasi fratelli; portarmi via Matteo come amico, per tutta la vita, è stata la cosa più dura da accettare, perchè lui era il mio campionato vinto nella vita. Arrivati alla fine del basket, la nostra voglia era di condividere assieme il resto della nostra vita, magari nel lavoro, ma sicuramente nel rappoorto “fraterno” che avevamo instaurato”.

“Dal punto di vista sportivo, abbiamo giocato insieme alla Fulgor Forli, in serie b1, ed è stato eccezionale poter giocare con lui metà stagione; lui era alcune categorie superiore a me, per cui non è mai stato possibile far coincidere le nostre carriere. A livello di gioco è stato un esempio; era sempre molto semplice e facile nella comprensione dei suoi atteggiamenti. La bellezza di Matteo era la sua semplicità”.

“Fuori dal campo abbiamo condiviso tutto, dai viaggi, a serate, a campionati vinti, a viaggi con fidanzate. La cosa che più mi piace ricordare però è un lancio col paracadute, che abbiamo fatto in tre, assieme a Bruno Cerella, che di fatto organizzò questa cosa. Poteva essere una di quelle situazioni di cui parli da ragazzino e poi non concretizzi mai; il bello invece, fu proprio il riuscire a realizzare questo sogno. Ricordo che la sera prima eravamo molto emozionati e ci siamo ritrovati a casa mia.  Come spesso facevamo ci siamo messi gli elmetti, abbiamo acceso la play e caricato i fucili; Call of Duty ci aspettava, insieme ai ragazzi e le innumerevoli battaglie che ci hanno accompagnato sera dopo sera. Ma la vera sfida non era quella, ma bensì quello che ci sarebbe accaduto il mattino dopo. Sveglia alle 6, appuntamento con Bruno e alle 9.00 precise ci saremmo buttati da 5.000 metri. Io, sinceramente, ero molto più preoccupato di dovermi svegliare presto, che dovermi buttare con il paracadute. Sono quasi le 4.00 del mattino e l’adrenalina del gioco si sostituiva, piano piano, con l’adrenalina del lancio ed era come un pre partita, iniziavamo a sentire il “match”. Decidiamo di dormire un paio d’ore, spegniamo la play e ci addormentiamo; suona la sveglia e come se avessimo il paracadute sulle spalle, ci alziamo, in rigoroso silenzio, ci prepariamo e partiamo. Appuntamento con Brunito, l’organizzatore della mattinata e via verso Reggio Emilia. In macchina si parla, salgono i primi dubbi ma poi vengono subito spazzati via dalla voglia di volare. Quando arriviamo, non capiamo bene se siamo più “gonfi” noi, oppure gli istruttori, ma matti come eravamo, questa cosa ci tranquillizzava invece diinnervosirci. Poi eccoci, suona la sirena, si apre il portellone, uno si butta nel vuoto in capriola, un altro a piedi nudi si attacca all’ala dell’aereo; ricordo il minuto di caduta libera e il sogno che diventa realtà. L’adrenalina scorreva a fiumi e ci ritrovammo tutti lì sulla pista di atterraggio, ognuno con l’esperienza vissuta nel proprio intimo. Ma quando i nostri tre sguardi si incrociarono abbiamo subito condiviso l’attimo e come per rafforzare di più il momento ci siamo abbracciati. E’ stata una emozione magica, irripetibile e unica, che custodirò gelosamente nel mio cuore per sempre.

“Se poi penso ad altre cose ho mille immagini; ricordo, ad esempio, la mia prima schiacciata sul parquet, quando avevo 15 anni. Era un periodo un pò “militarizzato” in Virtus, ma dopo quel gesto atletico ricordo che io e Teo ci siamo fermati a ballare in mezzo al campo, con gli avversari che andavano in contropiede. Oppure la vacanza in Giamaica, io lui e Alessio, l’amico di Milazzo. Io e Alessio avevamo vinto il campionato di C1 e Matteo di B1, quindi ci sembrò l’anno perfetto per fare un bel viaggio tutti e tre assieme. Farlo con i tuoi migliori amici ti porta a fare ricordi indelebili”.